Basta con l’editoria a pagamento? Basta con i libri, anche

Io davvero della cosiddetta editoria a pagamento penso questo: penso che ci sono troppe persone che vorrebbero pubblicare il proprio libro, intendendo con «persone» chiunque abbia un file word nel computer e intendendo con «pubblicare» l’avere un loro libro cartaceo sugli scaffali di Feltrinelli.

Perché ci sia questo malsano desiderio anziché quello spasmodico di andare a lavorare per Medici senza Frontiere credo sia da attribuirsi allo sviluppo del mito dello scrittore come Uomo di Cultura, Sapiente e Saggio, al quale ci si rivolge per avere un’Opinione su Ogni Cosa. Lo scrittore, per quella parte della società per la quale i libri hanno un valore intrinseco, è quindi un Superuomo, un Assoluto dello Spirito. Anche ricco, ovviamente, e circondato da donne. Lo scrittore va in televisione, in radio, ed è intervistato dai giornali.

In altri termini la pubblicazione di un libro è il segno della superiorità morale e spirituale del piccolo scrittore su coloro i quali all’asilo lo picchiavano ripetutamente, continuando poi ad umiliarlo anche alle elementari, alle medie, alle superiori e all’università. Di passaggio in passaggio restavano fuori dal paesaggio dello scrittore sempre più Bruti, arrivando poi di scuola in scuola, a scomparire quasi del tutto, assorbiti dai gironi dell’Ignoranza. E quale vittoria più dolce del pubblicare – infine – un libro, diventando così uno Scrittore Vero A Tutti Gli Effetti?

Questa marea umana risentita si infrange quotidianamente sugli scogli delle case editrici, elevando disperate lamentazioni. I loro libri sono sempre immancabilmente dei capolavori, e gli editori dei cialtroni irrispettosi, dei venditori di caciotte ai quali è toccato il compito di Giudicare il lavoro dello scrittore.

Quindi: tanti manoscritti, uno per ogni aspirante scrittore. Ma questi libri meritano di essere pubblicati? In verità no, nessuno di essi. La verità è che ci sono troppi libri, ne siamo pieni. Voi li avete letti tutti i libri che sono stati pubblicati? Oppure, come me, avete a casa una pila di «libri da leggere»? Quante foreste devono ancora essere sacrificate sull’altare dell’ego?

Gli editori a pagamento assolvono una funzione sociale, sono un calmiere psichiatrico a quella che – di fatto – è una sorta di psicosi di massa. Sono anche personaggi un po’ così, che approfittano della vanità altrui. Ma di certo non sono ladri, non «costringono» nessuno a pagare per veder stampato il proprio libro.

Ci sono troppi libri. E fanno pure schifo. E quelli che non vengono pubblicati fanno ancora più schifo. I tre libri più venduti in questo momento sono: Le prime luci del mattino, di Fabio Volo; Tre atti e due tempi, di Giorgio Faletti; L’educazione delle fanciulle, di Luciana Litizzetto. Vi sembrano particolarmente significativi? Irrinunciabili? Qualcosa che cambierà il modo che ha la gente di vedere il mondo? Resteranno tra cento anni?

I libri hanno assolto storicamente una funzione di grande importanza: la trasmissione delle conoscenze umane. Dalle tavolette di argilla ai rotoli di papiro a Gutemberg l’obiettivo è sempre stato quello. Poi, nel Novecento, è nata l’industria editoriale. È tempo di dire che il Novecento è finito, che il libro diventerà finalmente digitale e che la conoscenza umana si trasmetterà di hard disk in hard disk. Anche perché un libro digitale lo possono pubblicare davvero tutti – e gratis.

Adesso un finale: propongo una moratoria alla pubblicazione di nuovi libri. Iniziamo a scoprire ciò che di bello è stato pubblicato nel corso del tempo. Smettiamola di inquinare la sfera culturale. È come con la caccia, a un certo punto ci si è resi conto che era un’inutile mattanza, e chi voleva vivere «l’esperienza» ha scoperto il birdwatching. Inventiamoci il bookwatching, sempre meglio che il print-on-demand, sempre meglio di Fabio Volo, sempre meglio di queste infinite lagne e di questi piagnistei. Non solo il tuo libro non lo vuole pubblicare nessuno, non solo fa proprio schifo, ma inquina pure, inquina te e chi ti sta intorno e devia il dibattito culturale. Abbandoniamo i contenitori, riprendiamoci i contenuti.

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(Originariamente pubblicato il 19 dicembre 2011 sul mio profilo facebook)