Adios gringo

C’è una jeep ferma al semaforo davanti a Reale, una di quelle jeep che hanno la ruota di scorta ostentata sul didietro, come le bocce rifatte di una velina. Reale, che si è fumato una canna prima di uscire di casa, lì per lì non ci fa caso. Guarda il traffico che esce dai sottopassi di Corso Italia e cerca di capire chi è che ancora si compra auto di colore bianco. Il semaforo invece è ancora rosso. Dev’essere il semaforo più lento dell’Europa continentale, pensa Reale, a cui piace molto la parola «continentale», ma non sa in che contesto potrà mai usarla.
Reale è un po’ deluso dal fatto che alla sua destra e alla sua sinistra non ci siano belle fiche. Neanche medio fiche. Neanche fiche una botta e via. Neanche cuscini in faccia. Niente. Ci sono solo maschi che parlano al cellulare con larghe chiazze di sudore che si allargano sulle camicie, sotto le ascelle e sulla schiena.

Il semaforo scatta al verde, ma Reale è distratto mentre pensa a una ragazza che ha conosciuto qualche sera fa. Ozioso si domanda com’è a letto. La ragazza si chiama Kalamità, ma di lei qui purtroppo non si parla.
Dietro di lui suonano i clacson, così Reale dà gas, come si dice, ma non è che il suo motorino sia alimentato a gas, e si butta dietro la jeep. E vede la ruota di scorta impiccata al portellone posteriore come un nero tumore, e sulla ruota di scorta la copertina con il marchio del concessionario, solo che non c’è il marchio del concessionario ma c’è una foglia di “maria”. Che coraggio, pensa Reale, prima di rendersi conto che non è una foglia di maria. Prima di rendersi conto che sta guidando dietro a una jeep che ostenta sulla ruota posteriore il simbolo della Lega nord.

Reale ha un rapido susseguirsi di flash, tra cui identifica chiaramente Bossi con il cazzo duro e i trecentomila della Val Brembana pronti a prendere le armi e a marciare su Roma. Maroni che suona il jazz, Borghezio che pulisce i treni con il Vetril, e quegli altri brutti come solo un contadino padano può esserlo. Così brutti che non vogliono i nomadi, le prostitute, gli immigrati, i comunisti, e più in generale non vogliono proprio nessuno che non faccia colazione al mattino con la polenta secca del giorno prima inzuppata nel cappuccino. Allora Reale dà ancora più gas al suo motorino mentre la vocina che ha in testa gli continua inutilmente a ripetere che il suo SH non va a gas, e affianca la jeep per buttare un occhio al guidatore. Questo guidatore è proprio brutto anche lui, una mostruosità lombrosiana, pensa Reale, che ha una vaghissima idea del concetto di lombrosianesimo, ma non fa niente, l’ha sentito dire una volta da uno del suo quartiere che ha frequentato all’università.

La jeep fila via accelerando e Reale le sta dietro con difficoltà, ma lo fa perché ora ha una certa idea, che gli è venuta pensando a Bossi che blatera di quanto costino poco le cartucce.
Ecco, pensa Reale mentre sputa a Calderoli attraverso il finestrino aperto, guarda che bello lo scaracchio di un meridionale di merda, e già che c’è dedica la cozza gialla anche ad Amin e alla sua notevole massa di parenti maghrebini che quando si vedono tutti per il Ramadan fanno un po’ impressione.
La jeep perde leggermente il controllo, sbandando in direzione del muro di cemento armato che abbraccia i sottopassi. Reale non si ferma a guardare lo schianto, ma gira a sinistra verso via Veneto. La dolce vita, pensa, anche se il film non l’ha mai visto, e suona il clacson dietro a due biondissime turiste, che gli fanno “ciao” con la mano.

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(una prima versione di questo racconto è stata pubblicata nel 2008 su Microlit #7, collana diretta da Luca Moretti per Diciottoetrenta edizioni)