Il punto della questione non è se la amo, il punto della questione è come posso vivere senza di lei, se mai lo volessi

Fino allo scorso anno conducevo una vita normale. Avevo un ragazzo, Anto, che amavo o che credevo di amare, e da cui ero ricambiata. Facevo sesso regolarmente. Non era la fine del mondo, ma a me piaceva. E a lui anche. Quello che voglio dire è che non vivevo una di quelle situazioni al limite del grottesco come alcune mie amiche. Una di quelle situazioni per cui non si scopa, o si scopa male, o si tradisce scopando, o si scopa pensando a qualcun altro. Niente di tutto questo, insomma.

Io e Anto ci vedevamo due o tre volte la settimana, sempre a casa sua, visto che viveva da solo e non con mamma e papà come la sottoscritta. Aggiungo: sono cattolica, non fervente ma piuttosto credente. Non so se voglia dire qualcosa o meno, ma ve lo aggiungo al quadretto. Poi c’è l’università, e i tre esami che mi mancavano alla tesi. Insomma, non è esattamente uno di quegli scenari per i quali la gente scappa di casa, si infila in convento o in un bordello o si arruola nella Legione straniera. Eppure…

Il mio errore (o la mia fortuna, adesso sinceramente non so dirlo), è stato quello di confidarmi con lei, quel giorno nella mensa di Lettere, mentre fuori pioveva e Roma sembrava un’asfissia di pensieri e nuvole nere. Io pensavo di conoscerla bene e sapevo che eravamo amiche e allora le dissi così: «Sai che c’è di strano? Che ieri mia madre mi ha chiesto se per caso non fossi lesbica, non è buffo?». E lei mi rispose seria, mordendosi appena il labbro inferiore: «E tu? Lo sei o no? Cos’hai risposto a tua madre?». Io la guardai senza capire e provai a ridere per vedere se casomai mi seguisse nella risata e nel buttare lo scambio di battute in caciara, ma niente. E allora, come una cosa casuale le dissi: «Non lo so. Cioè non sono sicura di me stessa, non sono sicura sempre».

Iniziò tutto così, ma la nostra storia, che adesso dura da un anno, si distingue per due particolarità. La prima è che io continuo a non essere sicura di me stessa, del mio corpo, della mia sessualità, e che quindi – tecnicamente – sono una ragazza bisessuale, che è una parola orribile, mentre nella pratica vuol dire che continuo ad uscire un paio di volte la settimana con Anto, e qualche volta facciamo anche l’amore, nonostante tutto. L’altra particolarità è che Anto, i miei genitori, mia sorella… nessuno sa di questa storia che ho. Nessuno sa che sono così, anormale. O normale, ma infelice, o indecisa, o semplicemente appesa al tempo, nonostante i tre esami li abbia dati e ora prepari la tesi.

Quello che accade è che una volta la settimana vado a casa sua, che anche lei abita sola. Abita su in alto, al sesto piano di un palazzo assolutamente anonimo, in un quartiere dove mai prima avevo conosciuto qualcuno. Suono il citofono mentre Anto, i miei genitori, i miei amici e mia sorella mi sanno in qualche biblioteca a preparare la disperata tesi di laurea da centodieci e lode e bacio accademico. Lei non risponde, perché sa che sono io, mi apre il portone, e io salgo nell’ascensore.

Sei piani con l’ascensore sono comunque tanti, sono un’infinità di secondi che trascorrono mentre io continuo a pensare che dovrei mollare questa storia, che non andrà da nessuna parte, che la mia vita mi sfugge dalle mani velocemente. Poi invariabilmente le porte si aprono, meccaniche, e io poggio il piede sul pianerottolo e vedo la porta di casa sua socchiusa. E allora so, capisco, che sono perduta. E tutto ricomincia.

Entro nella penombra dell’ingresso e mi chiudo la porta alle spalle. In genere lei appare in quel momento, quando sono di schiena ad armeggiare con la serratura. A volte è nuda, e quando è nuda le si vedono chiaramente i tatuaggi che la ricoprono quasi completamente. Altre volte è vestita come per giocare. È vestita di latex o con solo degli stivali incredibilmente alti. A lei piace giocare, la nostra relazione è basata su questo, e se un giorno ci riflettessi per bene scoprirei probabilmente che io e lei non siamo altro che una versione venticinquenne e molto pornografica della casa della Barbie.

L’appartamento è caldo mentre la città fuori è fredda, gelida, inospitale. L’appartamento è bollente. Mi spoglia con pochi gesti, rapidi e ansiosi. In pochi secondi sono nuda, il mio pube depilato, i miei seni piccoli e orgogliosi, le mie gambe leggermente arcuate. A volte mi lega le mani dietro la schiena, altre volte mi fa sdraiare sul tappeto. Oggi mi serra una cinta sui fianchi. Una cinta con un dildo nero, enorme, che diventa il mio fallo artificiale, il mio pene rimosso. Divento Anto quando facciamo l’amore, il suo pene triste e divertente. Sono un uo­mo, oggi? O sono solo me stessa con un cazzo di gomma applicato davanti al pu­be? Comunque mi piace. È incredibilmente bello averlo lì. E improvvisamente capisco la volontà di dominio degli uomini, di tutti quei maschi che negli anni mi hanno posseduta, in un modo o nell’altro.

Ci abbracciamo. Ci baciamo. Sento la sua lingua contro la mia, le sue labbra leggermente salate, il suo odore di latte e Kenzo. Sono eccitata, e sento che lo è anche lei, più del solito. Mi accarezza il… pacco. Lo torce. Mi desidera in quanto donna e in quanto uomo. Quando lo prende in bocca penso che potrei svenire. Passa la lingua su quell’asta artificiale, come ho fatto io tante volte, ma che non avevo mai visto fare. E nessuno l’aveva mai fatto a me. Il glande nero scompare nella sua bocca, poi riemerge, poi scompare di nuovo. Scompare l’intero dildo quasi fino all’asta, poi riappare lucido, coperto di saliva, gocciolante. Mi sento incerta sulle mie gambe, barcollo sui tacchi e lei mi guida verso il letto. Il nostro letto da un anno a questa parte. Lo lecca ancora e ancora, che se fossi stata un uomo non avrei resistito mai, poi mi guarda negli occhi e mi chiede di possederla. Di penetrarla. Di prenderla come fosse mia. Con forza, con violenza, con rabbia. Da uomo. E io lo faccio, le infilo quell’appendice artificiale dentro la fica, con un’arroganza che non mi conoscevo. Con una gioia, una gioia animalesca. E mentre siamo così, io dietro di lei, e lei prostrata davanti a me, come mai siamo state in passato, in quel momento capisco.

Capisco che il punto della questione è che non la lascerò mai. Che non sceglierò mai da che parte stare. Mai. Perché tutto questo, tutto questo mi piace veramente troppo.

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Questo racconto è stato pubblicato in origine sulla rivista «X Comics», nel 2002, sotto il nome d’arte di “Luciana Del Re”. È stato successivamente raccolto nel libro L’indipendenza della vagina (Coniglio Editore, 2005).