Ray Garton, Ragazze vive

La ragazza lavorava in un libro Mondadori. Uno di quelli che negli anni ’80 erano distribuiti nelle edicole, con le copertine blu notte. Horror, si chiamava la collana. Garton, l’autore. Sul titolo non aveva memoria. Nel libro c’era un bordello con delle prostitute vampire che praticavano pompini e mentre gli uomini venivano, i denti delle ragazze mordevano impercettibilmente il glande, succhiandogli via un po’ di sangue, insieme allo sperma.

La ragazza aveva letto quel libro tante estati prima, al mare. L’aveva trovato nella pensione dove era stata con la madre, e in mancanza di meglio l’aveva letto. Aveva fatto dei bagni nell’acqua fredda del mare. Aveva preso il sole fino a che la sua pelle non era diventata colore dell’ebano. Il libro l’aveva dimenticato.

La ragazza adesso lavorava in un bordello, in città. Le avevano detto che era un buon sistema per pagare i debiti. Le avevano anche fatto capire che era l’unico, di sistema. Così la ragazza adesso lavorava sei giorni la settimana succhiando cazzi, prendendoli in culo e nella fica, ascoltando storie patetiche di individui schifosi, rimediando mance, schiaffi e qualche volta anche degli schiaffi.

Le era tornato in mente quel libro. Stava succhiando l’uccello ad un tale che aveva detto di chiamarsi Carlo, come Carlo Azeglio Ciampi, aveva aggiunto, per poi scoppiare a ridere, e per poi finire con una tosse catarrosa che la ragazza si augurò degenerasse rapidamente in un tumore ai polmoni. L’uomo aveva cinquanta anni, un cazzo piccolo e schifoso, e una puzza di sudore rancido distribuita su tutto il corpo. Come spesso succede l’uomo era seduto sulla sponda del letto e fissava con aria piuttosto inebetita la parete spoglia della camera dove lavorava la ragazza. Lei indossava solo i lunghi stivali che le arrivavano fino alla coscia, e che cercava di non togliersi mai, anche se non avrebbe saputo dire perché.

Si ricordò del libro e le venne da ridere, con l’uccello dell’uomo schifoso in bocca e tutto il resto, immaginandosi nei panni di una vampira pompinara. Solo che lei non era vampira, ma solo pompinara. Quello che cercava di fare al lavoro era di risultare talmente brava con la bocca da far desistere gli uomini dal volerla scopare. Perché se sempre di schifo si trattava preferiva certamente succhiare piselli che farseli infilare.

Il giorno che non lavorava era il lunedì, e passava quel giorno a fare tutti i lavori di casa che non poteva fare durante la settimana. Ma quel lunedì, quel lunedì preciso, si alzò prima dal letto, si vestì rapidamente dopo essersi fatta la doccia e uscì a cercare quel libro, come un capriccio da bambina, o come un’ancora per una vita lasciata andare. Chissà.

Non era una ragazza stupida, ma neanche intelligente, e sapeva che sarebbe stato molto difficile trovare una copia di un libro di cui non conosceva il titolo. Evitò le grandi librerie con le loro vetrine da supermercato e visitò invece un paio di bancarelle di libri usati. Le dissero di no. Le dissero di andare da un’altra parte. Poi da un’altra parte ancora. Finché non approdò ad un piccolissimo negozio strapieno di vecchi libri e di muffa e di odore di animali. Si disse sicura che in quel posto sfigato avrebbe trovato il libro. Poi si sentì anche un po’ triste, perché una volta trovato il libro la ricerca sarebbe finita, e sarebbe stata di nuovo sera, e poi la mattina di un nuovo giorno di lavoro. E pompini, cazzi, botte, scopate e droga. Ma il debito diminuiva, si disse. Diminuiva talmente tanto lentamente da far dubitare di riuscire a saldarlo. Ma diminuiva, e questo la fece sentire bene. Per un istante.

La ragazza chiese al padrone della libreria se avesse quel particolare libro, di quella collana, Horror, con le copertine blu notte, di quell’autore, Garton.

Il vecchietto rugoso dalla testa pelata le rispose Ray Garton, Ragazze vive, certamente. Da qualche parte ne ho senz’altro una copia. Gran bel libro, aggiunse, come a sottolineare che lui i libri non solo li vendeva, ma li leggeva anche. E scomparve nel retrobottega.

Fuori sulla strada la luce stava scemando, e dentro il negozio comunque ne arrivava pochissima, come se tutti quei libri accatastati avessero il potere di assorbirla. Il vecchietto tardava a tornare e da dove si trovava la ragazza non riusciva a capire quanto fosse grande il retrobottega e quanto vaste le quantità di libri che vi erano accumulate e tra le quali il vecchio stava cercando quel particolare volume.

Mentre stava lì, con la luce del sole completamente scomparsa, le nuove Adidas che le irritavano leggermente il piede ed un vago fastidio al seno destro che poteva non essere niente o poteva essere orribile, la ragazza venne chiamata dal vecchietto dalla testa a palla di biliardo. Sentì la sua voce esile, come proveniente da una grande distanza, e non capì veramente cosa le avesse detto. Ma andò.

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Non sapremo mai se la ragazza sia stata trasformata in vampira in quel misterioso retrobottega, o se abbia invece semplicemente costruito una fantasia su questa cosa, un po’ per alleviare la pressione psicologica che la sua vita le metteva, un po’ per via di quel fastidio al seno destro, che era come un pizzicotto, delle volte. Non lo sapremo mai, ma quello che sappiamo è che una settimana dopo era tornato Carlo Azeglio Ciampi, quel cliente dalla tosse catarrosa.

L’uomo chiese alla ragazza quanti anni avesse, e lei svogliatamente rispose una cifra a caso. Poi le disse che era stato bene l’altra volta, e che per farla contenta si era lavato prima di venire e si era messo anche il deodorante e il profumo. Le disse che il profumo era di una marca francese, ma non le disse quale, e le disse anche quanto lo aveva pagato.

La ragazza sorrise come sorrideva a tutti i clienti, poi chiese all’uomo se gli sarebbe piaciuto farselo succhiare un po’. L’uomo sembrò imbarazzato, ma accettò, anche se precisò che avrebbe voluto scopare, dopo. Disse “fare all’amore”. Poi tossì rumorosamente e con fatica, e la ragazza si augurò che avesse un tumore, perché la ragazza non era stupida, ma non era neanche intelligente, e sicuramente era un po’ cattiva.

Gli strinse il cazzo attraverso la stoffa dei pantaloni, poi gli sbottonò la patta, tirandone fuori un pene molliccio e rattrappito. Anche se l’uomo l’aveva lavato sapeva sempre di rancido, la ragazza non ci fece molto caso e lo succhiò per bene, come aveva imparato a fare. Lo succhiò infilandoselo fino in fondo, fino alle palle, e mentre lo succhiava gli dava dei piccoli morsi. Con una mano teneva le palle dell’uomo, e le strizzava leggermente. Era nuda, fatta eccezione per i suoi stivali, che non si toglieva mai.

L’uomo stava gemendo, già dimentico di quello che aveva chiesto e concentrato solo su se stesso. La bocca della ragazza, avvolta attorno al suo pene, sembrava una fornace di piacere.

La ragazza sentì che il cazzo dell’uomo si stava ingrossando, pronto per eiaculare. Gli strinse le palle e l’uomo ebbe un sussulto, poi serrò le labbra attorno al glande rilasciando contemporaneamente i testicoli. Sentì l’uomo gemere e lo sperma le riempì la bocca copioso. La ragazza ingoiò tutto quello che l’uomo le spruzzò in gola. Solo un rivolo bianco le scivolava da un angolo delle labbra. Poi la ragazza morse leggermente il glande, facendogli una minuscola incisione. Dalla ferita uscirono delle gocce di sangue, un rivolo, e anche quelle finirono assieme allo sperma giù per la gola della ragazza. L’uomo continuava a gemere, per lui era stato un piacere intenso, mai provato in tutta la sua vita, simile a quando, quindicenne, era stato sodomizzato dal cugino.

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Adesso la ragazza si guardava allo specchio stringendosi il seno destro con la mano, cercando un grumo, un nodo, un dolore. Non trovò niente. Come si era aspettata, perché i vampiri guariscono da tutte le malattie. I vampiri non invecchiano, non hanno paura, non provano dolore. I vampiri sono esseri superiori, anche se per quieto vivere fanno il lavoro che fanno.

Poi si chiese se avendo succhiato il sangue all’uomo con la tosse catarrosa poteva averlo trasformato a sua volta in un vampiro, o averlo guarito dal suo probabile tumore ai polmoni.

E si augurò di no.