Tu sei Giuliana Sgrena

Tu sei Giuliana Sgrena e hai cinquantasette anni. Sei una giornalista italiana di sinistra. Sei in Iraq per raccontare la vita delle persone durante l’occupazione militare statunitense. A te piace chiamarla «occupazione». Il 4 febbraio sei su un’auto, diretta alla moschea di al-Mustafah. Uno che conosci, uno di cui ti fidi, ha organizzato un incontro. Devi intervistare dei profughi di Falluja. Quando pensi a Falluja ti viene un tic nervoso, impercettibile, e due dita della mano sinistra ti tremano leggermente. Ma te ne accorgerai solo tra qualche anno.

Hai cercato di recarti a Falluja, ma non è stato possibile. Da quando sei in Iraq la tua visione del mondo, già compromessa da un’educazione borghese intrecciata con il marxismo-leninismo, è peggiorata ulteriormente. Vorresti far capire ai tuoi lettori cosa sia il carnaio iracheno, ma non ci riesci. Per la prima volta nella tua vita hai raggiunto l’estremo limite del giornalismo. Il paese è una fogna, una trincea colma di fango e interiora, una risaia cambogiana con i teschi che affiorano tra le piantine.

Un posto di blocco ferma la tua macchina. L’autista deve sapere qualcosa, perché dopo essersi accostato scende e scappa via. Un uomo in divisa apre la portiera puntandoti un mitra, poi si siede al tuo fianco, la canna dell’arma contro il tuo stomaco. Altri due uomini salgono davanti e la macchina riparte: sei stata rapita. Ti senti incredibilmente calma, fredda, glaciale. Pensi solo che se ti avessero voluta morta ti avrebbero già uccisa. Pensi che anche questa volta te la caverai, anche se non sai perché essere così fiduciosa. Pensi al tuo compagno, a quanto soffrirà quando glielo diranno.

Da bambina nella Val d’Ossola eri sempre in cerca di guai. Sei fuggita dal tuo paese di millecinquecento abitanti appena hai potuto. A Torino, a Roma, in Germania. Sei finita in Iraq. Ogni volta che i colleghi accennano al fatto che i tuoi articoli sono «sensibili» perché sei una donna vai su tutte le furie. Adesso hai le mani legate e sei bendata. Ti hanno trascinata brutalmente all’interno di un edificio. Non devi essere lontana da dove ti hanno prelevata, vicino l’università. Sei chiusa in una stanza, al buio. Da fuori senti il vociare dei bambini, gli elicotteri statunitensi che volano senza sosta, i clacson delle macchine intrappolate nel traffico. In un articolo hai scritto che non riuscivi a capacitarti di come la vita andasse sempre e comunque avanti. In effetti neanche ora sembra che qualcosa si sia fermato, anche se tu sei stata rapita.

Passa molto tempo. Molti giorni. Perdi il conto. È passato febbraio, si dovrebbe essere in marzo. Non lo riesci a dire e allora lo chiedi, questo è il tuo lavoro, chiedere e rendere conto. I tuoi rapitori sono sempre stati civili con te, ma non rispondono. Ti tengono quasi sempre bendata, quando li vedi sono a volto coperto. La tua prigionia è come un acquario nero. Una stanza spoglia di cui conosci ogni suono, ogni vibrazione nell’aria, ogni scricchiolio. Continui a pensare ad Aldo Moro. Continui a pensare a Enzo Baldoni, che avevi conosciuto in un bar di Bassora: alto, gioviale. Continui a pensare che ti salverai, ma la fede è fatta perché vacilli.

I tuoi rapitori sono dei volgari banditi alla ricerca di soldi facili. Gli stranieri si possono rapire e uccidere senza problemi, il paese è devastato, ogni giorno saltano in aria autobombe, ogni giorno l’aria si riempie di spari, colpi di mitragliatrice, esplosioni. I tuoi rapitori sono dei maschi che puzzano come caproni, che guardano la televisione dalla mattina alla sera, che ruttano e scoreggiano e parlando tra loro dicono cose senza senso, donne, soldi e quanto sono pezzi di merda gli americani, anche se in quanto a donne e soldi stanno messi decisamente bene. Quindi quella sera che guardano la televisione e vedono Totti con la maglietta che chiede la tua liberazione, tu sei la prima che non capisce. Anzi: solo in quel momento capisci, come i compagni stiano lavorando senza sosta per tirarti fuori da lì, e pensi che nessuno che sia stato su una maglietta indossata da Totti può essere ucciso dai suoi rapitori.

Quando Nicola muore senti il suo sangue, senti il suo calore che scompare. Senti le raffiche di mitra, i colpi che rimbalzano dentro l’auto, il corpo di Nicola disteso su di te che ti protegge. «Dobbiamo evitarli» aveva detto Nicola all’autista. Evitare gli americani, quelli che adesso stanno crivellando di colpi la Mercedes del consolato italiano. Evitare gli americani.

La notte irachena è nera come una volta che ti sei persa in Sardegna con la macchina, quella Diane che le amiche ti invidiavano. Nella notte di Baghdad invece non sai cosa sia successo. I colpi arrivavano dentro la macchina, Nicola colpito, e anche quell’altro di cui non sapevi il nome. Anche l’autista: lo hai visto mentre si portava una mano al collo per fermare il sangue. Poi hai perso conoscenza pensando di essere morta. Hai salutato il tuo compagno silenziosamente. Hai pensato «ci rivedremo in cielo», ed è un pensiero stupido, visto che sei atea.

Tu sei Giuliana Sgrena. Non stai tanto bene, sei una donna di cinquantasette anni, pesi cinquanta chili a malapena. Sei stata rapita il 4 febbraio davanti a un chiosco di dvd pirata. Totti ha portato una maglietta con il tuo nome. Ti ha liberata un italiano serio serio, con i baffi, che ti ricorda un attore della televisione di tanti anni fa. Poi gli americani lo hanno ucciso, e con quei proiettili che bucavano come burro la lamiera della macchina hai pensato di essere morta anche tu. In cielo sei andata, ma su un aereo. Stai volando su un aereo militare, le vibrazioni sono insopportabili. Degli uomini vicino a te ti chiedono se stai bene. Rispondi di sì, poi vomiti. Ti dicono che stanno volando bassi per evitare i radar americani, il pilota ha un accento calabrese e tu pensi alle spiagge bianche e agli spaghetti dal sugo piccante.

Più avanti, qualche ora dopo, vedi gli uomini tirare un sospiro di sollievo. Siete entrati nello spazio aereo dell’Unione europea. Una voce gracchiante dà il benvenuto dal centro radar di Palermo Punta Raisi. Inizi a piangere, non riesci a fermarti. Ti sei lasciata alle spalle un incubo, potrai riabbracciare il tuo compagno, ritrovare i colleghi. Per una frazione di secondo che non racconterai mai a nessuno benedici quel puntino luminoso e intermittente su uno schermo che sei tu, siete voi. E benedici la fortezza europea.

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(una prima versione di questo racconto è stata pubblicata nel 2008 su Microlit #7, collana diretta da Luca Moretti per Diciottoetrenta edizioni)