Viaggio in treno con cadaveri

Il treno come un proiettile bianco lanciato attraverso la pianura lunghissima. Un treno di quelli moderni, veloci, dotati di una gelida aria condizionata.

Vagoni che somigliano al reparto del freddo dei supermercati, pensò Serafico, mentre fuori dal finestrino la pioggia battente rendeva il paesaggio uno spettro deforme.

Serafico chiuse il portatile con un sospiro, lasciando incompiuto il solitario, e per l’ennesima volta desiderò accendersi una sigaretta. Potresti sempre fumartela in bagno, suggerì Palomar, il demone che gli viveva raggomitolato nella testa. O meglio ancora: accenditela qui, in business class. Pensa che gusto. E le facce che farebbero questi cadaveri con i quali viaggi.

Serafico giudicò puerile la nota cupida nella voce di Palomar mentre la voglia di fare almeno una boccata era sempre lì. Guardò fuori dal finestrino, vide una vacca al pascolo e la scambiò per un trattore maculato. Pioveva davvero forte, il cielo sembrava essersi abbassato e aver occupato l’intera pianura. Sbuffò.

Altri infiniti minuti si trascinarono, minuti nei quali Serafico immaginò di addormentarsi e di sognare. Nella sua fantasia sognò che il treno avesse preso una curva a velocità troppo sostenuta. Nel suo sogno immaginato il treno deragliava e i vagoni si accartocciavano gli uni sugli altri. Palomar approvava in silenzio, nascosto in qualche grotta umida e puzzolente, come un Bin Laden annidato nella sua anima.

Fu una hostess a ridestarlo dal suo sonno immaginario. Bionda, stanca, non ancora trentenne, gli disse senza guardarlo: «Gradisce qualcosa da bere? Tè? Cioccolata?».

Serafico si grattò la testa, la sua meta sempre più vicina mentre il proiettile bianco si tirava appresso nove docili vagoni. «No, grazie, niente», rispose.

Palomar balzò in piedi mentre l’hostess, sollevata di non dover fare alcunché, passò al viaggiatore successivo. Chiedile da bere! Uno… uno… chiedile uno Stravecchio! Pensa alla faccia se le chiedi un… una… vodka! Doppia! Liscia!

Serafico annoiato si voltò verso il sedile vuoto che aveva a fianco. Palomar continuava a strepitare e a recitare litanie di alcolici. Il treno rallentò e la voce del capotreno, gracchiante e amplificata, annunciò che stavano per arrivare in una stazione intermedia, una città decorata di fabbriche chiuse e centri commerciali abbandonati. Palomar urlava Gin e tooonic! Giiin e tooooonic! mentre Serafico chiudeva gli occhi per un minuto, sempre sveglio, sempre immaginando di sognare.

La hostess tornava indietro spingendo il piccolo carrello. Serafico aprì un occhio distratto e notò la ricrescita nera alla base dei capelli. Quando la ragazza fu alla sua altezza allungò una gamba nel corridoio centrale. Whisky e sodaaaaaaa! ululò Palomar, allucinato.

Il carrello andò a sbattere contro la gamba di Serafico che cacciò un gemito mentre lì per lì la hostess continuava a spingere e Serafico continuò a gemere mentre il treno si infilava in una galleria quantomai sospetta, piantata lì in mezzo alla pianura come un traliccio dell’alta tensione.

«Mi scusi», disse l’hostess, alla quale era chiaro non fregasse nulla. «Le ho fatto male?»

«Un po’», rispose Serafico, «ma non è niente».

Sbattitelaaa! Falla licenziare ma prima inculatela pesante! Prima fatti dare da bereee! Vino rosso! Rosso, hai capito cazzone? Lo voglio rosso, e poi voglio questa puttana frustata e nerbata!

«Mi scusi ancora» disse l’hostess stanca, e fece per ripartire con il suo carrello.

Serafico non spostò la gamba. «Palomar, mi annoio», disse rivolgendosi alla creatura mefistofelica che aveva nella testa.

La hostess bionda e stanca con la ricrescita nera guardò Serafico senza capire. «Ha detto qualcosa, signore?»

Il demone ebbe un’erezione immonda alle parole di Serafico e vomitò lingue di sangue infetto dalle fauci. Si strappò la pelle del torace con gli artigli, ululando di gioia e di libidine.

Serafico si alzò in piedi e allungò una mano verso il viso dell’hostess bionda che si ritrasse con un’ombra di sorpresa, la prima dopo molto tempo. Serafico fu più veloce di lei, e le artigliò la nuca. L’hostess cacciò un urlo strozzato. Alcuni passeggeri si girarono a indagare.

«Siediti» le disse Serafico.

L’hostess si lasciò condurre dalla mano di Serafico che le serrava la nuca e si abbandonò sul sedile lato corridoio. «Signore», disse, «il suo comportamento è del tutto inappropriato. La prego di lasciarmi andare subito e… e non ci saranno conseguenze». Recitava stentatamente il mantra antiviolenza che i corsi delle ferrovie insegnavano al personale viaggiante. Nella carrozza si levarono alcune voci. Una chiese del capotreno. Un’altra rispose che sarebbe andata a cercarlo. Una signora si allontanò con i bambini.

Il treno emerse dalla galleria. Serafico guardò dal finestrino sospirando e pensò che forse aveva anche smesso di piovere. Lasciò la nuca della hostess. La ragazza, ora non più stanca, la pelle luminosa ravvivata dall’adrenalina, stava per rialzarsi proprio mentre Palomar faceva il suo ingresso nella carrozza, tra le urla di panico dei viaggiatori.

Siamo selvaggi!!! Selvaggi! urlò Palomar, la voce cavernosa da fumatore incallito.

Oggi non facciamo sconti a nessuno!

Strappò un sedile e lo lanciò contro i passeggeri in fuga. Voglio da bere e lo voglio adesso! Voglio scopare, adesso!!! Alzò le lunghe braccia in alto, sopra le corna puntute, aggrappandosi all’impianto di condizionamento, scardinandolo. Odio l’aria condizionata ululò, ridendo come un matto.

Nel mentre, con i passeggeri intenti a calpestarsi, Serafico cercò di calmare l’hostess bionda, il cui colorito stava rapidamente evaporando.

«Il demone è mio signorina», disse, «niente di cui preoccuparsi davvero».

La ragazza stava andando in iperventilazione e Serafico le accarezzò una guancia, trovando la pelle morbida e piacevole.

Il testone mostruoso di Palomar sbucò accanto a loro.

Bereee! Bere tuttooo!

«Avete alcolici nel carrello?» chiese Serafico gentilmente.

«D-del vino, in basso».

Palomar tuffò le due braccia nel carrello e si aiutò con la coda per tenerlo fermo durante la perquisizione. Ingurgitò rapido tutto quello che incontrò, dilaniando il metallo in strisce sottili.

Serafico nel frattempo spogliava l’hostess con gesti delicati, scoprendo un reggiseno bianco, sportivo e anonimo, e delle mutandine scoordinate. La ragazza, più svenuta che cosciente, lasciava fare.

Quando Palomar mangiò anche l’ultima ruota di gomma nera del carrello si voltò verso Serafico. Ora scopare!!! Sessooo! Tutte le perversioni! La posizione della ruota di  fuocooo!

Serafico guardò per un attimo la ragazza, che tremava lievemente, nuda sotto i suoi occhi. Il treno accellerò, lasciandosi alle spalle campi bruciati e lugubri fattorie disabitate.

«Non c’è più tempo» disse rivolto a Palomar.

Coooooooosa?

«Non abbiamo tempo, ci siamo, dobbiamo andare».

L’hostess bionda con la ricrescita nera si tirò su a sedere, i seni inaspettatamente grandi e sodi ballonzolarono ipnotizzando Palomar.

«Devo essere morta» disse a se stessa.

«No», rispose Serafico, «non ancora perlomeno».

«Immaginavo avrebbe risposto così» commentò l’hostess, denotando a suo modo un certo savoir faire. Poi, lanciata un’occhiata a Palomar che attendeva sbavando, il membro mostruoso intrecciato con la coda, si lasciò cadere sulla poltrona di business class.

Scherzaaavi veeero? Abbiamo tutto il tempo del mondooo, veeero? abbaiò Palomar in preda alla delusione. Veeeeeero?

«Andiamo», disse Serafico, «andiamo, è tardi, abbiamo un appuntamento».

Aaaaaaaahhhhh!!! ringhiò Palomar, sputacchiando piccole fiammelle dalle fauci.

Il proiettile bianco schizzò veloce verso la meta, attraversando una landa da tempo incolta. Un po’ troppo veloce, secondo alcuni testimoni. E alla curva, a quella curva che Serafico aveva sognato, accellerò ancora. E poi ancora.

I superstiti del disastro ferroviario furono tutti concordi nel dire dell’accelerazione e della curva e dell’aria condizionata che si ruppe poco prima. Alcuni, sotto shock, raccontavano di visioni allucinatorie, di sghignazzanti demoni dal membro eretto.

Fu un grave disastro, ma come tutti i disastri fu ben presto dimenticato. Le indagini fecero il loro corso e poi si spensero. Restò un solo inspiegabile mistero. Fatta la conta dei corpi, ne restò fuori uno. Mai venne trovato il cadavere di una giovane hostess. Il suo nome continuò a figurare nella lista dei dispersi, finché non rimase l’unico.

Serafico aveva un demone e un’hostess bionda che vivevano raggomitolati nella sua testa. Il demone faceva di nome Palomar, dell’hostess si poteva notare la ricrescita nera alla base dei capelli. Lei e Palomar si annoiavano molto, costringendo Serafico a viaggiare più spesso, per più tempo e con molti più mezzi di locomozione di quanto avrebbe voluto. Perché ogni volta appoggiava la testa e immaginava di sognare…