C’è una folla rumorosa che parla dei pericoli dell’intelligenza artificiale come se fosse un mostro marino pronto a emergere dagli abissi digitali e divorare l’umanità. Algoritmi fuori controllo, macchine ribelli, scenari apocalittici degni di un B-movie. È una narrazione seducente: sposta la colpa lontano da noi.
Peccato che la storia della tecnologia racconti altro. Il nucleare può illuminare città o cancellarle. I social network possono connettere movimenti democratici o amplificare propaganda e odio. La stampa ha diffuso conoscenza e, insieme, pamphlet infamanti. La tecnologia accelera, non decide la direzione.
L’intelligenza artificiale è una tecnologia accelerazionista nel senso più semplice del termine: aumenta la velocità con cui produciamo, analizziamo, decidiamo. Automatizza processi cognitivi, amplifica capacità, riduce costi. Ma dentro quale cornice viene implementata? In un sistema economico ossessionato dalla crescita infinita, in ecosistemi mediatici fondati sull’attenzione compulsiva, in strutture di potere che premiano l’estrazione di valore più della qualità della vita.
Il vero rischio non è che l’IA sviluppi una volontà propria. È che venga addestrata sui nostri pregiudizi, ottimizzata per i nostri incentivi distorti, utilizzata per rafforzare le nostre disuguaglianze. Un algoritmo che discrimina non lo fa perché “odia”: lo fa perché impara da dati generati da società che discriminano. Un sistema che massimizza il tempo di permanenza non lo fa per sadismo, ma perché qualcuno gli ha detto che quello è l’obiettivo.
Temere l’intelligenza artificiale senza interrogare il contesto è come incolpare lo specchio per l’immagine che riflette. La domanda non è se l’IA sarà buona o cattiva. La domanda è: quali valori stiamo codificando? Quali obiettivi stiamo ottimizzando? In quale tipo di società vogliamo che questa accelerazione avvenga?
La tecnologia è una leva. Se il terreno è fragile, la leva lo spezzerà più in fretta. Se il terreno è solido, potrà sollevare pesi che oggi ci sembrano impossibili.
Se vogliamo esempi concreti, non serve immaginare scenari da fantascienza. Basta guardare come le tecnologie di analisi predittiva e sorveglianza vengono già utilizzate. Aziende come Palantir forniscono strumenti di data mining e integrazione di enormi quantità di informazioni a governi e apparati militari. Nel contesto del conflitto israelo-palestinese, diverse organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’uso di sistemi algoritmici per l’identificazione di obiettivi e la gestione della popolazione nei territori occupati. Qui il punto non è se un software “decida” di colpire qualcuno: il punto è che una società attraversata da logiche di guerra e disumanizzazione può usare l’IA per rendere il controllo più capillare, più rapido, più opaco. L’algoritmo diventa un moltiplicatore di potenza dentro una struttura politica già orientata alla repressione.
Lo stesso schema vale sul fronte economico. Immaginiamo – anzi, osserviamo – aziende che introducono sistemi generativi e automazione avanzata capaci di sostituire milioni di mansioni cognitive. In teoria, questo potrebbe aprire una stagione straordinaria: meno lavoro alienante, più tempo per formazione, cura, creatività. In pratica, in un sistema che misura il successo quasi esclusivamente in termini di profitto trimestrale, la tentazione è un’altra. Riduzione dei costi del lavoro, aumento dei margini, concentrazione della ricchezza. Se l’IA libera produttività ma non esistono politiche di redistribuzione, redditi di base, riduzione dell’orario o partecipazione agli utili, la “liberazione dal lavoro” si traduce semplicemente in espulsione dal lavoro.
Il meccanismo è sempre lo stesso: l’intelligenza artificiale ottimizza ciò che le chiediamo di ottimizzare. Se le chiediamo di massimizzare il controllo, lo farà. Se le chiediamo di massimizzare il profitto, lo farà. Non c’è nessuna malizia nella macchina. C’è, semmai, una questione profondamente politica e morale nelle strutture che la governano.
L’IA è l’amplificatore. In una società malata amplifica la malattia. In una società capace di ripensare potere, lavoro e diritti, potrebbe amplificare emancipazione. La vera variabile indipendente, per ora, restiamo noi.