Resistenza

[dropcap]«L[/dropcap]a Valle», ansima Reale prendendo fiato, stremato sotto il peso dello zaino, della tanica d’acqua, del mitra che gli penzola sul davanti. «La Valle», dice di nuovo, ma non riesce a continuare, annaspa, sembra un pesce rosso, e rosso lo è davvero, addirittura paonazzo.
«Che c’ha ’sta cazzo di valle?», esclama Lucagim, sputando in terra uno scaracchio che noto sorprendentemente scuro e ostile.
Reale si butta a sedere in mezzo al parcheggio dell’autogrill Marsi ovest. Siede sui Carhartt logori, mimetici verdi e marroni con una clamorosa chiazza di sugo sulla coscia destra. Siede a terra, inspira, espira. «La Valle del Salto è in fiamme, sta bruciando tutto».
«Che cazzo dici?», farfuglia Lucagim, che a Borgorose ha famiglia, amici, fidanzata e anche – inspiegabilmente – un paio di amanti.
«Che cazzo dici?», incalza, visto che Reale non risponde.
«Quello che ho detto», insiste Reale, «il fronte delle fiamme è ampio. Sono sicuro che Torano e Spedino stanno bruciando, dalla zona industriale si alza un fumo nero che non ho mai visto». Si ferma, immobile, vede le nostre facce scure, gli sguardi allarmati da animali in trappola.
«È così», prosegue, «brucia tutto, te lo giuro Lucagim».
«Se la Valle sta bruciando allora presto saranno qua», dico senza fissare nessuno in particolare.
Una pioggia leggera batte da giorni sulla montagna, i sentieri di quota sono piccole piste di fango sdrucciolevole.
«Ci sarà movimento», commenta Pardo, uno di Isernia col barbone brizzolato che s’è ritrovato col tir bloccato nel posto sbagliato, sei mesi fa.
Lucagim gli lancia un’occhiata assassina. «Movimento?», sibila. «Che movimento? Con il viadotto dell’Assunta chiuso, chi cazzo ci deve passare di qua?»
«E te che cazzo ne sai che non l’hanno riaperto il viadotto?», gli rispondo a tono.
Lucagim pondera l’eventualità che prende corpo tra di noi come un cancro scuro: il viadotto riaperto vuol dire la possibilità concreta di restare intrappolati in questo lembo di autostrada. «Bisogna controllare», dice infine. «È l’unico modo, bisogna andare a controllare».
Qualcuno aiuta Reale a rialzarsi e c’incamminiamo verso le postazioni che abbiamo ricavato sul costone della montagna, dritte in faccia all’autogrill semidistrutto da un missile l’estate scorsa. Il piazzale con il parcheggio è un cimitero di autotreni, di camion e vecchie roulotte abitate da sfollati ai quali abbiamo da tempo intimato di andarsene, ma che rimangono aggrappati a quest’ultimo lembo di modernità. Incollati alle televisioni, sintonizzati sulle news di Sky che rimandano all’infinito i video della propaganda leghista.

Con Reale strisciamo lungo la parete della galleria, immersi nell’oscurità più assoluta. Il mio visore notturno è parzialmente incrinato, e le ombre verdi mi ballano davanti con movenze magnetiche. Cerco di scacciarle e di concentrarmi. Dietro di me Reale fa l’impossibile per soffocare la sua tosse catarrosa. «È questo tempo di merda», dice.
«È questa merda di montagna, io non sono fatto per la montagna, io sono un ragazzo di città, vengo da Torpignattara. La montagna rende infelici».
«Eri un ragazzo di città», dico.
«Che vuol dire ero? Che c’è?, dopo un anno di montagna sono un ragazzo dell’area di servizio Marsi ovest?»
«Non t’incazzare, che ti frega di dove sei? Importa a qualcuno?»
«A me importa».
«Va bene, Reale, tranquillo. Sei un ragazzo di città, ok?»
Reale vuol dire «ok», credo, ma tossisce e sputa e tossisce ancora. Poi bestemmia.
Davanti a noi si parano i furgoni parzialmente bruciati della colonna di Carabinieri che abbiamo respinto quattro mesi fa.
La metà di quei poveracci non ha fatto neanche in tempo a uscire dai trasporti in fiamme. Mentre ci avviciniamo ai rottami dai contorni resi smeraldini dal visore, sento la morte dispiegare le sue ali. A ogni passo mi convinco di essere nel mirino di un cecchino con un infrarosso, una testa di cazzo appostata in mezzo ai rottami semicarbonizzati, deciso a vendicare i suoi compagni.
A ogni passo sento le gambe farsi più deboli e le viscere contrarsi. Reale dietro di me deve essere sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda visto che da diversi minuti non si fa uscire un fiato.
Il cuore si prende una vacanza e perde un paio di battiti mentre arriviamo all’altezza del primo Iveco, piegato su un fianco, le lamiere contorte come un incubo di Ballard. Niente cecchini, solo il rumore precipitoso di chissà quali animali che hanno eletto il rottame a tana.
Reale tira il fiato, e subito riprende a tossire, quella tosse di merda che si porta appresso da mesi. Io deglutisco paura e nervosismo, terrorizzato che il nemico con i suoi cecchini nascosti nel buio, possa identificare la nostra posizione, ma non succede niente. Niente di niente.

Alla fine della galleria, la luce. Usciamo all’aperto disattivando i visori notturni e veniamo accolti dalla nebbia più fitta e vischiosa mai vista a memoria di combattente.
«Porca puttana», dice Reale.
«Sempre sia porca», ribadisco sconsolato.
«Che cazzo facciamo?»
«E che facciamo? Niente, aspettiamo».
«Aspettiamo?»
«Aspettiamo».
«Porca puttana».
Risaliamo a fatica un contrafforte di cemento che si affaccia sull’autostrada. Questo tratto della Roma-L’Aquila è chiuso da almeno sei mesi, e nell’asfalto scuro si fanno strada crepe ed erbacce. Ci inoltriamo tra le fratte per cercare un po’ di copertura. Buttata una coperta a terra Reale ci si accoccola come un gatto e si addormenta di colpo. Tanto di cappello, visto che fa un freddo becco e questa nebbia ti penetra fin dentro le ossa.
Faccio il primo turno di guardia aspettando che la visibilità torni ad assisterci prima che scenda la notte, altrimenti ci tocca anche l’adiaccio.

Due ore dopo Reale è di nuovo in forma e vispo come un grillo. Mentre cerco di sonnecchiare lo vedo che dondola la testa a ritmo, l’occhio incollato al mirino telescopico a infrarossi.
«Che roba è?», chiedo.
Nessuna risposta. Riprovo: «che roba è?», urlo.
Reale si sfila gli auricolari dell’iPod: «The Mamas & the Papas». E sorride pure, il fesso.
«Non ci credo».
«Perché?»
«Non facevi il deejay, tu?»
«Sì, e allora?»
«The Mamas & the Papas?», chiedo, sconsolato.
«Ehi fratello, sono stati un grande gruppo, tipo, peace & love, capito?»
«Sicuro che eri un deejay?»
«Vaffanculo Farro».
Reale ricalza gli auricolari e torna al suo moto dondolatorio. Io chiudo gli occhi, il morso del freddo sparso per tutto il corpo. Stringo il bavero del mio giaccone nero della Etnies e cerco di appisolarmi mentre qualche insetto mi attraversa la faccia con noncuranza.
«Accendiamo un fuoco», dice Reale.
«Sto cercando di dormire».
«Così almeno ce ne staremo al caldo».
«Dormire come hai fatto prima tu».
«Questa nebbia mi mangia le ossa».
«Neanche lo sai fare un fuoco, ragazzo di città».
«Infatti: per quello ci sei tu».
«Niente fuoco».
«Merda».
«Merda? Allora facciamo un bel fuoco, e poi aspettiamo che uno dei loro droni del cazzo ci spedisca un bel missile a ricerca di calore. Che ne dici? Ti piace come idea?».
«Ma se sono mesi che non si vedono più i droni».
«No fire, no drony».
«Cheppalle».

Prima di abbracciare Morfeo in forma definitiva il mio subconscio spara fuori random una serie di pensieri sognanti che vertono quasi tutti su una tipa della Brigata Terra e Libertà che ho conosciuto il mese scorso al vertice interforze. Una stronza scassacazzi del collettivo dell’Università di Cassino. Ma con due bocce da paura, due bocce mitiche. Ameliè, si chiama, come quella del film. Cioè, Ameliè è il nome di battaglia, il nome vero non lo so. Comunque ci siamo ammucchiati di brutto dopo che come al solito i Fratelli Musulmani hanno mandato in vacca l’assemblea, teste di cazzo loro e la loro shari’a di merda.
Morfeo stacca da Ameliè… no! perché?… vertice interforze… mia sorella che piange il giorno in cui l’Unione Europea riconosce la Padania… le tette di Ameliè che ballano nella notte mentre Bologna, assediata, cade senza sparare un colpo… il lancio delle monetine sui parlamentari che scappano da Palazzo Chigi alla chetichella… carri armati della Guardia Padana con i gagliardetti verdi… gli omicidi mirati… il muro… mia sorella che sale a combattere con i volontari della Brigata Garibaldi… le bombe sul centro di Roma… le notti insonni a guardare le trasmissioni via satellite… sentire il mondo che ti abbandona… ancora tette, ancora bombe, uno struggente desiderio di pizza calda con la mozzarella….

pop pop pop popopopopopop pop pop pop
Salto su: sono sveglio. I colpi erano veri o me li sono sognati?
popopopop pop pop
Veri.
Mollo una pedata a Reale che ha smesso di ondeggiare ma continua ad avere gli auricolari piantati nelle orecchie.
«Ehi, che cazzo fai?», mi urla dietro.
«Sparano», gli rispondo facendogli segno di tacere.
Rimaniamo in posizione di ascolto, ma non si sente più un suono. Guardo l’orologio. Sono passati ottanta secondi. Novanta. Cento.
«Te lo sei sognato», dice Reale.
«Col cazzo, sta zitto».
«Ehi, Farro, lo sai che sei una testa di cazzo? Il turno di guardia te lo f…».
pop pop pop popopopopopop pop pop pop
Reale, raggelato, squittisce: «Dove sparano? Dove cazzo sparano?».
popopopop pop pop

Attorno a noi la nebbia continua imperterrita a nascondere ogni cosa. Gli spari che sentiamo potrebbero venire da qui vicino o dall’altra parte della valle.
Cento secondi, centoventi. Ricominciano.
pop pop pop popopopopopop pop pop pop
E qualche minuto più tardi: popopopop pop pop.
«Fucilano», afferma Reale.
«Come fai a dirlo?»
«Prima la raffica lunga, poi i colpi di grazia. Poi la pausa: vanno a prendere altri prigionieri. Poi ricominciano».
«Ma dove cazzo stanno? Dov’è che sparano?»
«Secondo me i colpi vengono dalla zona di Marano dei Marsi. Ma chi spara a chi è un altro discorso».
«Marano dei Marsi era nostra».
«Forse, non me lo ricordo più, l’abbiamo presa e persa talmente tante volte».

Poi a un certo punto i colpi finiscono e torna l’innaturale silenzio della montagna circondata dalla nebbia.
«Hanno smesso», dico.
«Così pare».
«La nebbia», guardo nel vuoto davanti a me. «La nebbia inizia ad alzarsi».
Reale si tira in piedi.
«Hai ragione», dice. «Continuo a non vedere un cazzo, però si sta alzando».
«Incredibile che la Valle del Salto stia bruciando e noi qui da questa parte della montagna non vediamo niente».
«Zitto Farro che io già mi cago sotto senza che ti ci metti anche tu».
La nebbia si dirada ancora.
Con una lentezza irritante il viadotto dell’Assunta prende forma sotto i miei occhi. In linea d’aria dista solo poche centinaia di metri, ma sono almeno quattro chilometri di autostrada a tornanti per arrivarci.

«Porca puttana», dice Reale.
«Ora che succede?»
«Il cellulare. Il cellulare funziona».
«Funziona?»
«Guarda qua: Wind».
Accendo il mio, niente, ormai la batteria è andata. Reale continua a fissare il suo vecchio Nokia come se fosse una reliquia religiosa.
«Cazzo funziona», continua a ripetere.
«Potrebbe essere pure un male», dico.
«Vaffanculo Farro, per te il bicchiere è sempre mezzo vuoto e pieno di stricnina».
Torno a guardare il viadotto dell’Assunta. I piloni di cemento spuntano dalla montagna come le dita di uno scheletro. Grazie a Dio sono ancora tronchi e inutilizzabili. Nessuna squadra di genieri ha steso un ponte di fortuna approfittando della nebbia.

«Torniamo, Reale», dico mentre tiro su la mitragliatrice pesante e controllo il visore notturno che mi servirà in galleria. Inizio ad arrotolare la coperta fradicia di umidità. Un ultimo pensiero alle tette di Ameliè, che non è che fossero così grandi… poi il cellulare di Reale suona.
«Chi cazzo è?», chiedo.
«Numero sconosciuto», risponde Reale.
«Lo sai che con quei cosi ci possono intercettare i droni?»
«Ma vaffanculo tu e i droni», e risponde.

Quando rientriamo all’autogrill Marsi ovest è festa grande. Un’autocolonna è già pronta a partire. Un Transit blindato ci si accosta. Lucagim si affaccia dal finestrino e scaracchia per terra, davanti ai miei piedi.
«Allora frocetti? Piaciuta la gita?»
«Sì, niente male, abbiamo trovato una Brigata di passere che si era persa».
Si apre il portellone e Pardo si affaccia. «Che fate là fuori? Saltate su!».
Mentre montiamo noto che tutti si sono dati una ripulita alla meglio, come per andare a una festa.
«Tacci vostra», fa Reale, «restiamo solo io e Farro a puzzare come capre».
«È il profumo della vittoria!», urla Lucagim, e pigia sul clacson.

L’autocolonna si muove verso L’Aquila.
Ieri il nemico in fuga ha bombardato la Valle del Salto con il fosforo bianco, il numero dei morti pare sia molto alto.
In mattinata la Brigata Bologna Libera ha circondato una divisione di camicie verdi a Marano dei Marsi prendendo prigionieri. Tutti quelli che si sono rifiutati di giurare fedeltà alla Costituzione sono stati passati per le armi.
In giornata la disfatta del nemico si è palesata in tutta la sua ampiezza. Tutte le Brigate avanzano con velocità. Abbiamo addirittura rischiato di rimanere indietro. Oggi si va a liberare L’Aquila, e se tutto va bene ci uniremo alla colonna della Brigata Terra e Libertà. Il che potrebbe fare di me un ragazzo fortunato.
«Reale, mi fai mandare un sms?».

(una prima versione di questo racconto è stata pubblicata nel 2009 su Microlit #15, collana diretta da Luca Moretti per Diciottoetrenta edizioni)