In difesa del luddismo

C’è una parola che, nel dibattito pubblico, funziona come un insulto pronto all’uso: luddista. La usi e hai già vinto la discussione, perché chi te la tira contro ti sta dicendo, senza nemmeno argomentare, che sei uno che ha paura del futuro, un nostalgico, uno che non ha capito niente. Io tuttavia vorrei fare l’esercizio opposto e spendere due parole in difesa di quei tessitori inglesi che, tra il 1811 e il 1816, andavano in giro a spaccare i telai meccanici. Non perché avessero ragione sul piano tecnico – il telaio, ovviamente, non si è fermato – ma perché avevano ragionissima su tutto il resto, e questo il resto è quello che continua sistematicamente a sfuggirci.

Cosa temevano i luddisti? Non la tecnologia in sé, come vorrebbe la vulgata. Temevano di morire di fame. Punto. Il telaio non minacciava la loro dignità astratta, minacciava il salario con cui compravano il pane per i figli. E in quella paura, se ci pensate bene, non c’era nessun errore di analisi: nel giro di una generazione i tessitori a domicilio erano spariti, sostituiti da manodopera nelle fabbriche pagata una miseria, spesso bambini. Il progresso tecnico c’è stato. La redistribuzione della ricchezza generata da quel progresso, no.

Duecento anni dopo siamo punto e a capo, solo con un vocabolario più elegante. Oggi non si spacca un telaio, si discute di intelligenza artificiale generativa, di algoritmi che scrivono, disegnano, traducono. E io nel mio piccolo mestiere – faccio l’agente di fumettisti e illustratori sul mercato franco-belga, quindi diciamo che ho un osservatorio privilegiato sulla faccenda – vedo ogni settimana autori che si chiedono se tra cinque anni avranno ancora un lavoro, o se finiranno anche loro alla mensa dei poveri, solo con l’aggravante che oggi, a differenza di due secoli fa, la mensa dei poveri esiste davvero e ci passiamo davanti tutti i giorni fingendo di non vederla.

Il punto, e qui sta il cuore della faccenda, è che la tecnologia non è mai neutra. Non cade dal cielo come un fenomeno naturale a cui adattarsi o meno: viene sviluppata, finanziata, indirizzata da qualcuno, con uno scopo preciso. E lo scopo del capitalismo, per come lo conosciamo, non è mai stato distribuire meglio la ricchezza prodotta. È stato, con encomiabile coerenza storica, concentrarla nelle mani di pochi scaricando il costo del cambiamento su tutti gli altri. Quando sento dire che “è solo uno strumento, dipende da come lo si usa” mi viene una specie di orticaria: lo strumento lo progetta, lo finanzia e lo dispiega chi ha in mente un preciso ritorno sull’investimento, e quel ritorno raramente coincide con il vostro stipendio o con il mio.

Allora sì, prendersela con un telaio, o oggi con un modello linguistico, può sembrare un gesto ingenuo, quasi infantile: il problema non è l’oggetto, è chi lo comanda. Ma io un pensiero laterale ve lo lascio volentieri: prendersela con la macchina, per quanto sia bersaglio sbagliato, resta comunque un’opzione politicamente più mite di quella che verrebbe naturale se si guardasse davvero in faccia chi tira i fili.

La storia offre un repertorio piuttosto ampio di soluzioni per quando la disperazione supera la pazienza, e non tutte prevedono telai o server. Diciamo che spaccare una macchina, in fondo, è anche un modo elegante per non dover andare a bussare a casa di qualcun altro con un altro genere di attrezzi.

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